Home Consumatori Consumatori Monza Brianza

Prevenzione dentale in Lombardia: perché l’igiene professionale non è uguale per tutti

0
Prevenzione dentale in Lombardia: perché l’igiene professionale non è uguale per tutti
Uno studio dentistico (foto di Zeynep Kahraman per Pexels)

“Ogni sei mesi”: è la regola che tutti conoscono, pochi rispettano e quasi nessuno sa da dove venga. La frequenza della pulizia dei denti professionale è uno dei temi in cui la sanità di prossimità — lo studio dentistico sotto casa — incrocia più da vicino la salute pubblica, e i numeri della Lombardia dicono che c’è margine per fare meglio. Perché una seduta di igiene orale ogni sei mesi può essere troppo per alcuni e decisamente troppo poco per altri.

Il quadro lombardo: bene la rete, meno la continuità

La Lombardia è la regione con la maggiore densità di studi odontoiatrici d’Italia: più di diecimila dentisti iscritti agli albi provinciali, con la sola provincia di Milano che ne conta più di alcune regioni intere e la Brianza tra i territori meglio serviti in rapporto agli abitanti. La capillarità dell’offerta, però, non si traduce automaticamente in prevenzione. Le rilevazioni Istat sulla salute degli italiani indicano che una quota consistente di adulti — più di uno su tre — dichiara di non essere andata dal dentista negli ultimi dodici mesi, e la quota sale nettamente nelle fasce di reddito più basse e tra gli over 65. Nel Nord la situazione è migliore della media nazionale, ma lontana dalle percentuali dei Paesi del Nord Europa, dove il richiamo periodico all’igiene è parte integrante del sistema sanitario.

Il tema si lega a quello, più ampio, dell’accesso alle cure. Le Giornate di Raccolta del Farmaco di febbraio hanno ricordato quante persone, anche in una regione ricca, rinunciano a farmaci di base per ragioni economiche; l’odontoiatria, quasi interamente a carico del cittadino, è il primo capitolo di spesa sanitaria che le famiglie tagliano quando il bilancio si stringe. E la prima cosa a saltare è proprio la prevenzione, cioè l’unica voce che, nel tempo, fa risparmiare.

Sfatare il mito dei sei mesi

Il richiamo semestrale non nasce da una linea guida scientifica: è una convenzione diffusasi a metà Novecento, sostenuta anche da campagne pubblicitarie di dentifrici, e poi consolidata dall’abitudine. Le revisioni sistematiche più recenti — tra cui quella della Cochrane Collaboration aggiornata nel 2020 — non hanno trovato differenze significative negli esiti tra chi fa il richiamo ogni sei mesi e chi lo fa a intervalli personalizzati sulla base del rischio individuale. La conclusione delle società scientifiche, in Italia come nel Regno Unito, è che la frequenza va decisa caso per caso, in un intervallo che può andare dai tre ai ventiquattro mesi.

Il concetto chiave è il profilo di rischio. Una persona giovane, non fumatrice, con gengive sane e una buona igiene domiciliare accumula tartaro lentamente e può permettersi un controllo annuale. Al contrario, il rischio cresce — e con esso la frequenza consigliata — in presenza di alcuni fattori ben identificati:

  • fumo, che riduce l’afflusso di sangue alle gengive e maschera i segni dell’infiammazione;
  • parodontite diagnosticata, anche se in fase di mantenimento: qui l’intervallo standard scende a tre-quattro mesi;
  • apparecchi ortodontici, protesi e impianti, che creano zone difficili da pulire a casa;
  • diabete, che raddoppia il rischio di malattia parodontale e ne accelera il decorso;
  • gravidanza, per l’effetto degli ormoni sulle gengive;
  • bocca secca da farmaci (antidepressivi, antipertensivi, antistaminici), frequente negli anziani;
  • una storia di carie ricorrenti o una dieta ricca di zuccheri e bevande acide.

Per orientarsi tra questi profili e capire in quale ci si riconosce, la guida pratica pubblicata dallo Studio Dentistico Diemmeci, realtà brianzola di Burago di Molgora, a due passi da Vimercate, traduce le indicazioni delle linee guida in intervalli concreti e spiega cosa aspettarsi dalla seduta, anche per chi non la fa da molto tempo.

Cosa comprende davvero una seduta di igiene

Chi pensa alla “pulizia dei denti” come a un gesto estetico sottovaluta ciò che accade in quei quaranta-sessanta minuti. La seduta, eseguita da un igienista dentale laureato o dall’odontoiatra, comincia con un esame delle gengive: si misura la profondità delle tasche tra dente e gengiva, si registra il sanguinamento, si valuta la mobilità dei denti. È di fatto uno screening della parodontite, la malattia che in Italia interessa in forma grave circa un adulto su dieci ed è la prima causa di perdita dei denti dopo i 40 anni.

Seguono la rimozione del tartaro sopra e sotto il margine gengivale con strumenti a ultrasuoni e manuali, la lucidatura delle superfici per rallentare il nuovo deposito di placca, l’eventuale applicazione di fluoro e — parte troppo spesso trascurata — le istruzioni personalizzate sull’igiene domiciliare: tecnica di spazzolamento, scelta tra filo e scovolini, correzione delle abitudini sbagliate. È anche il momento in cui il professionista osserva le mucose della bocca, una delle poche occasioni di controllo periodico per intercettare precocemente lesioni sospette.

Un investimento, non un costo

Il ragionamento economico è semplice e vale sia per le famiglie sia per il sistema. Una seduta di igiene ha un costo contenuto; una terapia parodontale, un’otturazione profonda, una devitalizzazione o un impianto costano da dieci a cinquanta volte tanto, senza contare le giornate di lavoro perse per il dolore e le urgenze. Le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità collocano le malattie del cavo orale tra le patologie croniche più diffuse al mondo e tra quelle con il miglior rapporto tra spesa preventiva e spesa evitata.

Per le famiglie lombarde, qualche indicazione pratica. I bambini vanno abituati al controllo periodico fin dai primi anni, quando la visita è ancora un gioco e non una cura. Gli adolescenti con apparecchio hanno bisogno di richiami ravvicinati, perché brackets e fili sono trappole per la placca. Gli adulti che lavorano possono chiedere di fissare il controllo in orari serali o del sabato, che molti studi della provincia hanno introdotto proprio per ridurre le rinunce. Per gli anziani con più farmaci in terapia, il dentista dovrebbe essere informato dell’intera lista, perché la bocca secca cambia la strategia preventiva. E chi non si presenta da anni per imbarazzo dovrebbe sapere che è la situazione più comune che gli igienisti vedono, non l’eccezione.

La prevenzione dentale, in altre parole, non è un lusso da mesi buoni né un rito da calendario. È un piano su misura, che si costruisce con il proprio professionista di fiducia e si aggiorna quando cambiano età, salute generale e abitudini. In una regione dove l’offerta odontoiatrica non manca, la vera sfida è trasformare la disponibilità in continuità: un appuntamento all’anno, o ogni quattro mesi, deciso su di sé e non su una regola inventata per tutti.