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L’elisir d’amore, il gioco d’amore nel melodramma

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In corso al Teatro alla Scala di Milano il “melodramma giocoso” in due atti  composto da Donizetti nel 1832 e rappresentato nel maggio dello stesso anno al Teatro milanese della Canobbiana, considerato il “fratello minore della Scala” e ubicato alle spalle del  Palazzo Reale. 

L’elisir d’amore, il gioco d’amore nel melodramma alla Scala di Milano

“Giacchè a me per tua gentilezza lasci la scelta della dedica dell”Elisir d’amore”, io te ne sono gratissimo, e questo sia “Al Bel Sesso di Milano”… Chi più di quello sa distillarlo? Chi meglio di quello dispensarlo?”: così rispose Donizetti alla richiesta dell’editore Ricordi sulla partitura dell’opera, completata in due settimane. 

L’ambientazione di questa semplice favola (assai sagace però nella descrizione dei profili psicologici) è villereccia, colorata e coreografica, come del resto la musica, il convivio, la danza e la canzone popolare, che la fanno da padroni nello scorrere della vicenda.

Uno dei protagonisti, forse il principale, è il vino, bevanda miracolosa capace di sostituire addirittura un elisir d’amore. 

L’elisir d’amore, il gioco d’amore nel melodramma alla Scala di Milano

L’unione tra vino e cultura è una costante nella storia della musica: pagine e note dedicate al vino provengono da compositori immortali, Verdi, Mozart, Puccini, Mascagni, forse perchè vino e musica hanno in comune la  capacità di unire, donare gioia, far dimentare gli affanni e, talvolta, aprire ad un mondo onirico.   

In un villaggio del diciottesimo secolo che si vuole nei paesi baschi (potrebbe essere un paese lombardo di manzoniana memoria, considerato che la prima versione de “I promessi sposi” è del 1821) il timido coltivatore Nemorino è innamorato di Adina, attratto non tanto dall’agiatezza di lei quanto dal fatto che “ella legge, studia, impara”.

Ma la fanciulla, consapevole di essere capricciosa e forse troppo giovane per capire l’inclinazione dei propri sentimenti, non gli lascia speranza alcuna, pur apprezzando la sincerità  e  la modestia dell’animo del giovane. 

Dulcamara, un ciarlatano che si definisce noto in tutto l’universo, gli propone un mezzo di conquista infallibile, una pozione da usare con un accurato rituale: la bottiglia si scuote, si stappa senza far uscire il vapore, si beve centellinando e l’effetto non tarderà a manifestarsi (anche perchè l’elisir proposto è in realtà un ottimo vino di Bordeaux…).

L’elisir d’amore, il gioco d’amore nel melodramma alla Scala di Milano

Nemorino beve a larghi sorsi e ne rimane inebriato, “o caro elisir, com’è possente la tua virtù, oh qual di vena in vena dolce calor mi scorre… forse anch’essa la fiamma stessa incomincia a sentir…me l’annuncia la gioia e l’appetito che in me si risvegliò tutto a un tratto…” 

Quella buona bottiglia riesce nell’intento di far diventare Nemorino brioso ed allegro, tanto che, sicuro del risultato promesso, finge indifferenza verso Adina e desta prima la meraviglia e poi il disappunto di lei che, per ripicca, accetta l’offerta di matrimonio del sergente Belcore.   

Bisogna affrettare l’azione dell’elisir con una seconda bottiglia: per procurarsi i soldi Nemorino accetta di arruolarsi nella guarnigione di Belcore.

Un’eredità improvvisa ed imprevista rende Nemorino corteggiatissimo tra le ragazze del paese  e interessante agli occhi dei compaesani, un vero gallo della Checca, “che tutte segna e becca”.

L’elisir d’amore, il gioco d’amore nel melodramma alla Scala di Milano

Il nostro giovane, che ancora non sa di essere diventato ricco, attribuisce il merito di cotanto successo all’elisir, come quello di una furtiva lacrima di gelosia che pensa di vedere negli occhi di Adina.

Alla fine, commossa dal fatto che Nemorino voglia arruolarsi  per andarsene dal paese se non avrà il suo amore, la riluttante Adina riscatta l’arruolamento con venti scudi, si rende conto di amarlo e glielo confessa. 

L’imbonitore Dulcamara ne approfitta per convincere tutti gli abitanti dell’ efficacia dell’elisir e lascia il paese da vero trionfatore. 

Una favola romantica, certo, bilanciata tra il comico e il patetico, che presenta aspetti di rara aderenza con la realtà e narra con sottile perspicacia l’iter dell’innamoramento, laddove inganno e sentimento, come spesso succede nella vita, non si escludono a vicenda.

L’elisir d’amore, il gioco d’amore nel melodramma alla Scala di Milano

La perfetta acustica del Teatro alla Scala permette di apprezzare in pieno l’orchestra sapientemente diretta dal giovane maestro Michele Gamba, e così le voci bene impostate degli interpreti, apprezzabili anche per le doti attoriali (spassosissima la scena in cui Nemorino cerca di afferrare la portentosa bottiglia mentre Dulcamara si diverte a prendere in giro il gonzo) e ben individuati nei panni fisici dei rispettivi ruoli.

Commovente e convincente René Barbera nella romanza “Una furtiva lacrima”, sempre di grande presa sul pubblico. 

L’elisir d’amore, il gioco d’amore nel melodramma alla Scala di Milano

Bella la scenografia dalle linee nette e stilizzate, improntata al verde e marrone degli alberi  della foresta mobile. 

Ammirabili i costumi che ricordano le illustrazioni di antiche favole  e contrastano piacevolmente con il realismo psicologico di quasi tutti i personaggi. 

Suggestivo l’arrivo in scena di Dulcamara nonchè la celebrazione delle virtù del suo elisir (molto simili a quelle del buon vino…) che promette miracoli e guarigioni.

Un appunto? Sorprende che un teatro così celebre ed elegante  non sia attrezzato per facilitare agli spettatori la comprensione del testo mediante lo scorrimento di sovratitoli.

L’elisir  d’amore” resta alla Scala fino al 10 ottobre.

L’elisir d’amore, il gioco d’amore nel melodramma alla Scala di Milano

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Gaetano Donizetti (1797- 1848 ) nasce a Bergamo da famiglia poverissima e carica di figli. Forse a causa della tensione verso il superamento della miseria è dovuta la sua copiosa  produzione artistica: era infatti noto col soprannome di “Dozzinetti”.

Gaetano Donizetti

L’autore scrisse ben 70 opere, delle quali la drammatica “Lucia di Lammermoor”, composta in trentasei giorni e rappresentata nel 1835 al San Carlo di Napoli, è considerata il suo capolavoro.

Ciononostante l’autore era comunque attento alla qualità ed interveniva sui libretti in maniera  decisa ed equilibrata.  

Anche negli anni 1836 e 1837, funestati da ben cinque lutti famigliari tra cui due figlie e la moglie, Donizetti, pur affrontando momenti di buio sconforto, non smise di lavorare,  indifferentemente ad opere buffe e a drammi romantici.  Asseriva il Nostro: “Quando ho nella testa della musica buffa sento un picchio molesto alla parte sinistra della fronte; quando è musica seria sento la stessa molestia dalla parte destra!”

Donizetti debuttò con opere influenzate dallo stile rossiniano imperante, ma già personalizzate con l’attenzione alla psicologia dei personaggi (come risalta nell’Elisir d’amore) e il maggiore impegno drammatico.  

Durante il soggiorno a Napoli (dal 1822 al 1838 fu direttore artistico del San Carlo) scoprì  l’ operistica napoletana, che rinnovò in senso romantico/drammatico  e lirico, staccandosi definitivamente da Rossini.

Le opere della maturità, tra cui Lucia di Lammermoor, Don Pasquale, sono espressioni di equilibrata perfezione, depurate  da provvisorietà ed incertezze ancora presenti nella frettolosa  produzione precedente, alla quale era costretto dalle  precarie condizioni della vita di spettacolo del tempo (nonché da quelle economiche della sua vita.

Elisa Prato