Home Spettacolo Spettacolo Italia

Il barbiere di Siviglia di Rossini: il classico dei classici dell’opera buffa

0
CONDIVIDI
Teatro Carlo Felice, Il barbiere di Siviglia, gennaio 2020 - Fine dell’atto I (foto Marcello Orselli)

Su un classico è sempre difficile esprimersi, perché si rischia di ripetersi, ma questa edizione de Il barbiere di Siviglia, andato in scena dal 15 al 21 gennaio 2020 al Teatro Carlo Felice di Genova, merita uno sguardo particolare.

Teatro Carlo Felice, Il barbiere di Siviglia, gennaio 2020 – Rosina (Annalisa Stroppa) e Figaro (Alessandro Luongo) (foto Marcello Orselli)

Si tratta di un’opera comica giovanile di Gioachino Rossini, dato che il compositore pesarese alla prima dell’opera, avvenuta il 20 febbraio 1816 al Teatro Argentina di Roma, non aveva neppure ancora 24 anni (li avrebbe compiuti 9 giorni dopo).

Le tre ore di spettacolo, compreso l’intervallo tra i due atti, fanno uscire dalla sala il pubblico “felice e contento”, come auspicava l’autore. Il libretto di Cesare Sterbini, dalla commedia omonima di Beaumarchais, è un succedersi di lazzi e frizzi, con uno stile brillante e ironico, che delle situazioni comiche restituisce un vocabolario ben articolato, definendo i personaggi: briccona, babbuino, zerbinotti innamorati, fraschetta, gatta morta, innocentina, brutto scimmiotto, birbo malnato, vecchion, imbroglion di prima sfera, e così via.

Teatro Carlo Felice, Il barbiere di Siviglia, gennaio 2020 – Conte Almaviva (René Barbera) (foto Marcello Orselli)

La regia di Filippo Crivelli si avvale delle scene di Lele Luzzati e dei forbiti costumi di Santuzza Calì, ripresi dall’allestimento del Teatro San Carlo di Napoli del 1998 e riproposti oggi. Non sembra che siano trascorsi più di 20 anni da allora, perché come l’opera di per sé, anche questa sua messa in scena è, in un certo senso, senza tempo. La Siviglia rossiniana inscatola qui case che sembrano ricamate, vetrate e maioliche dipinte, pergolati fioriti e balconi con panni stesi, scale e fuga di stanze in prospettiva, paraventi e sedie a dondolo, che mischiano piacevolmente la (presunta) realtà con la (reale) fantasia, i personaggi in carne e ossa con la rappresentazione sognata dell’ambiente.

Dirige l’Orchestra e il Coro del Teatro Carlo Felice il maestro Alvise Casellati, mentre gli interpreti dei diversi cast si alternano nelle repliche. La sera della prima, il 15 gennaio, il protagonista che dà il titolo all’opera è impersonato dal baritono di bella presenza Alessando Luongo.

Teatro Carlo Felice, Il barbiere di Siviglia, gennaio 2020 – Don Bartolo (Paolo Bordogna) (foto Marcello Orselli)

Figaro compare con codino, gilet a righe colorate e la chitarra al collo, che nasconde gli attrezzi del mestiere, a decantare spigliatamente il suo ruolo di “factotum della città”. Lui è “barbiere, perucchier, chirurgo / botanico, spezial, veterinario, / il faccendier di casa” presso Don Bartolo – il basso Paolo Bordogna, di grande bravura attoriale –, dottore in medicina e tutore di Rosina, oltre che suo pretendente. Di questa fanciulla, “un fior di bellezza” – interpretata dal mezzosoprano Annalisa Stroppa, dalla vocalità limpida e vibrante –, si è innamorato il Conte di Almaviva, cui dà voce, con una certa discrezione, il tenore René Barbera.

Come in tante altre opere buffe, la trama si può sintetizzare nei versi cantati dalla vecchia governante, Berta (il soprano Simona Di Capua): “Il vecchiotto cerca moglie, / vuol marito la ragazza; / quello freme, questa è pazza, / tutti e due son da legar”. E matti da legare rende l’amore, “che fa tutti delirar”.

Canti e recitativi si alternano magnificamente; i passi celebri vengono giustamente apprezzati nelle voci e gli applausi piovono spesso a scena aperta, anche a lungo. Il “dramma semiserio” della “Inutil precauzione” – il titolo dell’opera dentro l’opera inventato da Rosina – fluisce tra scherzi e travestimenti (“Io son Lindoro / che fido v’adoro… / ricco non sono, / ma un core vi dono”), falsi biglietti e finte partiture, ardori da innamorati (“Ah che d’amore / la fiamma io sento”) e avidità di denari (“Delle monete / il suon già sento! / L’oro già viene, / viene l’argento”).

Teatro Carlo Felice, Il barbiere di Siviglia, gennaio 2020 – Gli interpreti, con il regista Filippo Crivelli e il direttore d’orchestra Alvise Casellati, la sera della prima (foto Linda Kaiser)

Il conosciutissimo brano “La calunnia è un venticello” è ben espresso da Don Basilio, l’ipocrita maestro di musica di Rosina (il basso Giorgio Giuseppini). È da notare, anche se a tratti, forse, troppo caricaturale alla Stan Laurel, la parte di Ambrogio, servitore di Bartolo (nel libretto è indicato come basso, ma non apre bocca), che dà il meglio di sé nella scena strumentale del temporale, nell’atto II, quando mima, agitando l’ombrello, il vento e la pioggia che lo scagliano a terra.

Fuori dal contesto meteorologico, lo scambio di battute tra il Conte e Figaro – “… che tempo indiavolato!” “Tempo da innamorati” – sembra prestarsi a un commento musicale, riguardo a quel ritmo così accelerato e concitato di certi passaggi cruciali che tutti gli interpreti devono affrontare, e sanno reggere, qui, con grande maestria.

Linda Kaiser