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G8 Project. La maratona teatrale di nove spettacoli

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G8 Project: Our Heart Learns (foto Linda Kaiser)

Si è scomposta ed è giunta alle ultime repliche al Teatro Ivo Chiesa e al Teatro Gustavo Modena di Genova

Sabato 9 ottobre il capoluogo ligure ha ospitato un evento unico, il G8 Project, una grande maratona teatrale ideata in occasione del ventennale del G8 di Genova. Hanno aperto la stagione 2021-22 del Teatro Nazionale con il sold out ben nove spettacoli di produzione, scritti da autori e autrici internazionali, presentati in prima assoluta. Dopo il debutto, gli spettacoli restano in scena in città fino al 27 ottobre.

Gli spettatori che abbiano voluto assistere alla maratona completa sono entrati alle ore 14 nel Teatro Ivo Chiesa per i primi 4 spettacoli, terminati alle ore 18.45; si sono trasferiti in navetta o altro mezzo al Teatro Gustavo Modena e, dalle ore 20 in poi, hanno proseguito con la visione delle altre 5 rappresentazioni. Chi è rimasto sino alla fine – ed eravamo in molti – si è ritrovato ad applaudire i cast di tutte le opere alle 2.30 del mattino.

L’esperienza di 12 ore in teatro è stata un evento straordinario, dove un pubblico motivato (per l’ultima volta distanziato prima della modifica delle misure di sicurezza) si è sentito corpo di un unico organismo. Si è davvero avvertito nell’aria quanto la cultura possa “curare”, quanto il teatro costituisca uno dei luoghi deputati al vivere civile, quanto la sua azione possa indurre a riflettere e, in questo caso, a ripensare la storia attraverso una rielaborazione artistica.

Il G8 Project

La rassegna di nuova drammaturgia, denominata Il mondo che abbiamo, è stata fortemente voluta dal direttore Davide Livermore, un vero vulcano di idee, e curata dal critico teatrale Andrea Porcheddu. In quest’ambito il Teatro Nazionale di Genova ha invitato nove autori, provenienti dai paesi presenti al G8 del 2001, a partecipare al G8 Project con una pièce ciascuno scritta per l’occasione.

Come input le opere inedite e a noi contemporanee potevano prendere spunto dai fatti accaduti nel 2001, ma anche riflettere sui primi vent’anni di questo millennio, scavando nelle storie individuali e collettive, rielaborare il passato o proiettarsi nel futuro, ipotizzando modelli propositivi e coinvolgendo le generazioni dei più giovani.

Gli autori e le autrici che hanno partecipato sono: Roland Schimmelpfennig (Germania), Nathalie Fillion (Francia), Guillermo Verdecchia (Canada), Fausto Paravidino (Italia), Sabrina Mahfouz (UK), Toshiro Suzue (Giappone), Wendy MacLeod (USA), Ivan Vyrypaev (Russia) e Fabrice Murgia (Belgio, in rappresentanza dell’Unione Europea). I testi, tradotti in italiano, sono stati messi in scena con il loro coinvolgimento e il supporto di altrettante/i registe/i e più di quaranta attori e attrici selezionati con un provino appositamente per questo progetto.

Rielaborazione del passato

Buona parte delle opere hanno privilegiato uno sguardo a ritroso: le quattro andate in scena nel pomeriggio e le ultime due della sera.

G8 Project: Change le monde (foto Federico Pitto)

Change le monde, trouve la guerre di Fabrice Murgia diretto da Thea Dellavalle racconta efficacemente il ritorno a Genova di una quarantenne e la sua perdita di innocenza. Lei si porta appresso l’hard-disk dei filmati girati con la telecamera, metafora della propria memoria.

L’allora “bambina che parte in combattimento (…) contro il monopolio del sapere” si trova in mezzo a migliaia di manifestanti “beffati da pochi violenti” e da quegli 8 grandi della terra. Il viaggio in treno è dominato sullo sfondo dai suoi occhi proiettati su schermo e da immagini di scontri crude e indelebili. A ripensare a quelle urla in tutte le lingue, in cui “la bambina che eri si addormenta per sempre”, “la tentazione dell’oblio è forte”.

Anche in Our Heart Learns di Guillermo Verdecchia per la regia di Mercedes Martini gli eventi di Genova segnano un cambiamento radicale nelle vite dei due protagonisti, di cui seguiamo la formazione sentimentale e politica. Una ragazza (interpretata da Martina Sammarco) e un ragazzo (Matteo Sintucci) si incontrano in un campus canadese, lei figlia di avvocati attivisti, lui “campagnolo abbastanza figo”. Insieme combattono per “la globalizzazione della ribellione” e i capitoli della loro storia d’amore sono scanditi brechtianamente dalla partecipazione ai movimenti per i diritti degli anni ’90, sottolineati dalle massime di Chomsky che compaiono alle loro spalle.

“C’è sempre una zona rossa” nel mondo, perché, come scrive il saggista americano, “se ritieni che non ci sia speranza, allora garantisci che non ci sarà speranza. Se pensi che esista un istinto di libertà, allora ci sono opportunità per cambiare le cose”. Dopo i fatti di Genova si spacca tutto, i ragazzi si separano e lui prima raccoglie fondi per una causa ambientale, poi diventa un sabotatore.

Un’altra coppia di giovani (ben interpretati da Lucia Limonta ed Edoardo Roti) è al centro di Transcendance di Sabrina Mahfouz con la regia di Serena Sinigaglia. Li incontriamo nel Prologo in cui si innamorano e li seguiamo per i successivi vent’anni, scanditi in 5 Capitoli, in cui i due affogano nel consumo di droga il dolore della violenza vissuta nel 2001. Le parole che riassumono di volta in volta gli eventi storici si scompongono sullo sfondo, mentre loro discutono o giacciono silenziosi su un letto sfatto, dove assumono la polvere “per tenersi svegli”.

La droga, progressivamente più pesante, diventa epica metafora di un vuoto cosmico, tra urla, luci psichedeliche e allucinazioni alla ricerca dell’amore e di un equilibrio inesistente. Il 2021 “è una merda totale”, in cui si marcia “verso l’oblio” e “tutto è stramaledettamente ingiusto”. Lui si sente vecchio, lei delusa, ma l’Epilogo, che li vede “fatti completi”, lascia un barlume di speranza nell’individuo: “Siamo ancora qui, siamo ancora insieme”.

G8 Project: Sherpa (foto Federico Pitto)

Ha l’andamento di un incubo anche il tenebroso Sherpa di Roland Schimmelpfennig e regia di Giorgina Pi. Qui, le parole introduttive e tragiche del Filottete di Sofocle – “Non aver paura / non mi abbandonare. / È un dolore che torna nel tempo, / quando si è stancato di starmi lontano” – non alludono soltanto a una sofferenza fisica, ma all’angoscia psicologica.

In un’ambientazione che allude probabilmente a certi interrogatori da guerra fredda, con penombre ambigue e lampade poliziesche, si svolge una storia su due piani, l’oggi e l’allora, che si intersecano e alternano. Una ragazza, a cui poi romperanno il braccio, racconta la sua esperienza dell’arrivo a Genova, la città blindata che raggiunge “per mantenere il dialogo”, mentre suo fratello è uno “sherpa” del vertice del 2001 e come tale vive a bordo della nave European Vision, ormeggiata in porto e protetta dalla violenza sanguinaria che si scatena intorno.

L’irriverente commedia Basta! di Wendy MacLeod su regia di Kiara Pipino si basa sul politicamente scorretto nel ricostruire situazioni realmente accadute intorno al G8 di Genova. Si parla dei poliziotti e delle violenze da loro perpetrate a danno degli anarchici, di abusi di potere, di un Prefetto e di una Consigliera (interpretata da un’esuberante Lisa Galantini) del Presidente del Consiglio.

L’inverosimiglianza, gli stereotipi grotteschi e falsamente satirici, i riferimenti al mondo dei cartoon, le risate finte registrate non riescono a far scattare una reale comicità e segnano lo scarso successo di questa pièce anche in termini di applausi.

Su ben altro registro è Genova 21, testo e regia di Fausto Paravidino, che è pure uno dei 5 interpreti. Questo spettacolo originale è condotto come un talk show, un’assemblea teatrale aperta al pubblico, con le luci accese in sala.

G8 Project: Genova 21 (foto Federico Pitto)

Tra provocazioni, strane interviste comparative e confessioni toccanti, in questa “specie di diario del presente” che può apparire frammentario, si discutono e problematizzano pagine di cronaca di allora e di ora. Con il tono di una denuncia e talvolta di un’auto-critica, si parla di impunità e di traditori in divisa, della rabbia e della celebrazione di una sconfitta, che purtroppo oggi vedono protagonista il divano, simbolo della passività che ha contagiato tutti.

Proiezione nel futuro

Le altre tre opere si rivolgono prevalentemente a una visione del futuro e sono incentrate sulle tematiche come la globalizzazione, il problema ambientale e l’ingiustizia sociale che dovevano essere al centro del dibattito del G8 del 2001.

In Dati sensibili: New Constructive Ethics di Ivan Vyrypaev, lo stesso traduttore e regista Teodoro Bonci del Bene interpreta il ruolo dell’intervistatore e di tre persone diverse, che vengono intervistate per un’indagine sociologica. In un brillante saliendo e un’avvincente costruzione dialettica, si dipanano e svelano le trame delle vite di Monika, Rachel e Morgan.

Una psicologa di 44 anni, una biologa di 26 anni e un neuroscienziato di 62 anni si esprimono contraddittoriamente intorno a temi primari, in un mix di dimensione pubblica e privata. “Il mondo è la playstation del Signore”, afferma Morgan; “i due problemi principali sono l’ecologia e la crudeltà”, rivela Monika; “la migliore qualità umana è la determinazione”, sostiene Rachel.

G8 Project: In situ (foto Federico Pitto)

Si sposta su un piano onirico In situ, su testo e regia di Nathalie Fillion, i cui protagonisti intrecciano sogno e realtà alla ricerca di un altro mondo. Interagiscono un’attrice (interpretata da Viola Graziosi) “fatta dalle parole degli altri” e suo figlio (Fabrizio Costella) che vuole tornare alla terra, un’analista / cantante-psicologa (Odja Lorca) – forse taumaturga attraverso il canto – e Cristoforo Colombo (Graziano Piazza) che torna nella sua città natale.

I personaggi surreali non hanno idea di che cosa li riunisca – e il pubblico, confuso, ancora meno –, anche se sembra che il mare nero e oleoso quanto ignoto rappresenti la metafora di un incubo (o di un sogno?). Le porte sbattono di continuo, violentemente, forse perché “non si attraversano mondi impunemente”.

Infine, Il vigneto di Toshiro Suzue per la regia di Thaiz Bozano snoda la propria storia di stampo cechoviano intorno al fenomeno della globalizzazione, cui si contrappone la solidarietà tra le quattro donne protagoniste (interpretate da Irene Villa, Melania Genna, Lisa Lendaro e Francesca Santamaria Amato).

Da un’iniziale rassegnazione a perdere il vigneto in cui lavorano, attraverso l’avvicendarsi delle stagioni – stilizzate dietro la vetrata – e di una minaccia di suicidio con il falcetto da parte di ognuna, quando torna primavera tutte si ritrovano unite e non cederanno la fonte della propria libertà.

Dopo una rassegna del genere, concentrata in una sola giornata, si esce diversi, trasformati, eccitati dagli applausi agli interpreti schierati sul palco, ai registi, agli autori e agli organizzatori, ma anche agitati dalla sollecitazione dei pensieri. Difficile dormire, poi: d’altra parte, “il sonno della ragione genera mostri”. Linda Kaiser

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