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EGITTO. ROAD MAP MILITARE POST-MORSI. RUOLO DEGLI USA NELLA “CRISI DELLE PIRAMIDI”

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cairo esercitoIL CAIRO. 5 LUG. Egitto alla seconda svolta politico-istituzionale nel giro di due anni. Dopo la cacciata del “rais” Hosny Mubarak, e l’elezione (apparentemente legittima) del Presidente della Fratellanza Musulmana Mohamed Morsi, il cui regime governativo è durato un anno e ora, deposto dai militari, si trova rinchiuso agli arresti nei locali superprotetti del Ministero della Difesa al Cairo, i poteri ad interim passano al Presidente della Corte Costituzionale Adly Mansour…in attesa di una road map militare che conduca alla riscrittura di una nuova Costituzione negli annunciati circa 9 mesi di transizione prima di approdare a nuove elezioni generali.

Probabilmente gli Stati Uniti hanno avvallato un intervento dei militari cairoti per evitare una degenerazione della crisi egiziana”. Roberto Aliboni, (in foto sotto) Consigliere Scientifico sul Medioriente dell’Istituto Affari Internazionali, analizza il colpo di Stato dei militari in Egitto e in un’intervista rilasciata al giornale on-line Affaritaliani.it a cura di Tommaso Cinquemani, spiega: ”L’esercito gode di molti privilegi:ricevono sovvenzioni dagli Usa e hanno un forte potere di carattere corporativo. I militari temevano che questa situazione mettesse a rischio la loro posizione”.

E sul futuro dell’Egitto: “I rischi maggiori arrivano dalle lotte interne ai movimenti islamici e alla frammentazione dell’opposizione laica e liberale”. Secondo Aliboni: “[…]la caduta dei Fratelli Musulmani ha fatto piacere ai Paesi del Golfo diversi dal Qatar”, mentre Israele non è mai stata in pericolo.

Partiamo dalla domanda più difficile, che cosa succederà in Egitto dopo il colpo di Stato che ha deposto il presidente Morsi?

“Ci sarà un momento di calma. Sia perché i Fratelli Musulmani devono avere il tempo di assorbire il colpo, sia perché le altre forze politiche condividono questa procedura di rinnovamento costituzionale. Più in la è difficile dirsi. C’è una forte contrapposizione tra gli islamisti, specialmente tra i salafiti e i Fratelli Musulmani. E poi continua ad esserci una opposizione laica e liberale che non è in grado di mettere ordine al proprio interno e ad unire l’elettorato”.

Rimbalzano voci secondo le quali i militari sceglieranno ElBaradei, il neo-leader della “Coalizione 30 Giugno”, (e già Segretario Generale dell’Aiea, l’Agenzia Internazionale sul Controllo dell’Energia Atomica, n.d.r.)  che raggruppa le forze di opposizione laiche e i movimenti giovanili di protesta, per guidare il governo di transizione, sono indiscrezioni credibili?

“E’ molto probabile. Resta il fatto che a livello di base non esistono partiti coesi in grado di assicurare una disciplina dei votanti. Questo si traduce in una frammentazione che, insieme alle controversie tra islamisti, costituirà un ostacolo alla stabilizzazione del Paese”.

Qual è stato il fattore che ha scatenato la rivolta di piazza e che ha poi portato alla capitolazione di Morsi?

“La crisi economica è stato il fattore primario. La presidenza Morsi è stata fallimentare su tutta la linea. C’è un prestito del Fondo Monetario Internazionale che aspetta di essere riscosso dall’autunno scorso, ma Morsi non ha mai voluto prenderlo. Questo perché avrebbe dovuto accettare alcune condizioni, tra le quali l’obbligo di abolire le grosse sovvenzioni che esistono in Egitto per il consumo dei beni di prima necessità. Questo avrebbe scontentato il popolo. Una non-decisione che a lungo andare, insieme al crollo del turismo, hanno portato il Paese sull’orlo del fallimento”.

E’ giusto interpretare questo golpe come una contrapposizione tra i militari, laici, e il Governo Morsi, islamista?

“Esiste una contrapposizione netta tra la Fratellanza Musulmana da una parte e il pulviscolo di partiti laici e liberali. Ma i militari sono fuori da questi schemi”.

Per quale motivo i militari sono intervenuti?

“Non hanno fatto il colpo di Stato in chiave anti-islamista. Hanno optato per il golpe perché dal loro punto di vista una situazione di instabilità come quella di oggi compromette la loro posizione. Una posizione che nel complesso è privilegiata: ricevono grosse sovvenzioni dagli Stati Uniti e hanno un forte potere nel Paese di carattere corporativo. Hanno una economia tutta loro e la costituzione sancisce che il loro bilancio non è visibile al pubblico. I militari temevano che questa situazione mettesse a rischio la loro posizione e la loro tranquillità”.

Lei ha citato l’aiuto che gli Stati Uniti danno all’Egitto. E’ possibile che ci sia stato un coordinamento tra Usa e militari prima del golpe?

“E’ possibile che ci sia stata qualche intesa con gli Americani che hanno avvallato il golpe, ma che hanno chiesto che fosse fatto con il guanto di velluto, e non in chiave anti-islamista. Gli Usa infatti non sono assolutamente anti-islamisti, il fatto che abbiano appoggiato Morsi ne è la prova. Probabilmente hanno chiesto che i militari intervenissero per evitare una degenerazione e l’instaurarsi di una situazione incontrollabile”.

Questa rivoluzione come cambierà i rapporti con gli stati vicini? Israele deve temere per la sua sicurezza?

“La caduta dei Fratelli Musulmani ha fatto molto piacere ai Paesi del Golfo diversi dal Qatar, che è l’unico che appoggia la Fratellanza. Però da un punto di vista politico l’Egitto è un Paese debole, ai margini rispetto ai grandi conflitti e ai rapporti internazionali della regione. Non ha un suo ruolo nel conflitto siriano, così come in quello israelo-palestinese. I militari hanno un rapporto buono con Israele perché hanno un rapporto buono con gli Usa e non vogliono cambiarlo”.

La Turchia è stato uno dei pochi Stati ad aver condannato il golpe, come mai?

“Ankara risente delle manifestazioni di piazza delle ultime settimane. Quello che è successo in Turchia è simile a quello che è accaduto in Egitto. Erdogan teme per la tenuta del suo esecutivo, anche perché si è scontrato con i militari riducendone il potere”.

Marcello Di Meglio